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16.09.2010 Il Laboratorio di Monia Pavone a Milano Redazione
 

La figura dello stampatore è per un artista punto di riferimento indispensabile per sviluppare al meglio le idee e realizzarle. Che tipo di approccio usi per iniziare una collaborazione e conoscere le intenzioni dell’artista?
Quando un’artista mi espone il suo progetto, entra subito in gioco la mia competenza. Io sono una stampatrice e non un’artista, mi metto al suo servizio, quindi è lui che ha l’idea e quando viene da me devo essere in grado di realizzarla. Il mio compito non è quello di criticare un progetto o mettermi nei panni dell’autore per trasformarlo in ciò che a me piacerebbe fare; il mio compito è di realizzare nel miglior modo possibile il lavoro di qualunque artista traducendo in tecnica la sua idea, sia esso famoso o un perfetto sconosciuto. Per ottenere degli ottimi risultati molto importante è capirsi e trovare la giusta sintonia da ambo le parti, e questo può avvenire già con il primo incontro, conoscendosi e scambiandosi le proprie opinioni di qualunque natura esse siano. Tra l’artista e lo stampatore deve esserci un rapporto di libertà, di rispetto e di fiducia, perché l’artista mette in gioco il suo lavoro e si affida alla tua professionalità e alle tue mani.
Francine Mury è un’artista con cui ho lavorato molto e l’ho conosciuta quando collaboravo con Giorgio Upiglio. Lei voleva fare dei monotipi abbastanza grandi, parliamo di un formato cartaceo di 124 x 155 cm. Il primo approccio è stato quello di entrare in armonia tra noi, guardando insieme sia i monotipi che lei aveva eseguito nel suo studio, sia la totalità del suo lavoro per poi spiegarmi le sue intenzioni. Appena capito cosa lei voleva fare abbiamo iniziato a lavorare su questi grandi supporti da stampare.
Lei è un’artista molto preparata quindi per me non è stato difficile entrare in sintonia con il suo mondo artistico. E’ come se io avessi trovato l’artista ideale e lei la stampatrice perfetta. Ho preparato il colore che lei voleva, l’ho steso con il rullo, lei ha inserito i suoi elementi e ho stampato. La mia competenza è subentrata nel momento giusto senza infastidire il lavoro e il mio occhio esperto ha permesso più di una volta di ottenere risultati a lei inaspettati, stampando fogli di alto livello.
Questo è solo un esempio, ma tutti gli approcci sono in parte simili, perché l’importanza è capire cosa si vuole ottenere cosa ci si aspetta dalla stampa, e soprattutto quanto tempo ci si vuole dedicare, perché c’è da dire anche che molti artisti non hanno né pazienza, né voglia di aspettare i tempi tecnici dell’incisione, ma questo è un altro problema.


Quali sono state le collaborazioni più proficue sia dal lato professionale che umano?
Di collaborazioni ce ne sono state davvero tante. In sei anni di esperienza da Giorgio Upiglio ho avuto modo di lavorare a stretto, a volte strettissimo contatto con molti artisti.
Il bello del mio lavoro è che con ognuno di loro ho instaurato un rapporto diverso; con alcuni non c’è stato molto contatto perché magari erano di passaggio, con altri il rapporto di lavoro è stato molto fruttuoso e carico di profonda fiducia e stima, con altri ancora è nata una vera e propria amicizia. Emilio Isgrò, Yuko Tsukamoto, Enrico Della Torre, Roberta Lozzi, Luciano Lattanzi, Simonetta Ferrante, Kengiro Azuma, Francine Mury, Raffaella Ravelli, Minjung Kim, Alzek Misheff, Roberta Ottolenghi, Sandro Martini, Roberto Ciaccio, Carlo Nangeroni, Mimmo Paladino, Sandro Chia, Domenica Regazzoni, Rita Gallè, Mario Benedetti, Mario Botta, Shafik, Daniela Barulli, Julio Paz, Giovanni Franzi, per citarne solo alcuni, sono tutti artisti con cui ho lavorato e che, come un camaleonte, ho dovuto di volta in volta “interpretare” passando da un tipo di lavoro a uno completamente diverso rispettando il linguaggio artistico di ognuno di loro. Con Roberto Ciaccio la collaborazione e la realizzazione di tantissimi monotipi e monoprint è durata molti anni, per la precisione sei. Insieme a Yuko Tsukamoto è stato l’unico artista con cui ho lavorato continuamente e costantemente. Non è stato facile entrare nella sua arte; i suoi colori, il suo figurativismo, il suo rigore, ma il lunghissimo periodo che ci ha consentito di cooperare a stretto contatto mi ha permesso di ottenere ottimi risultati sia professionali sia umani.
Tra le maggiori soddisfazioni del mio lavoro mi piace ricordare in particolare i libri d’artista. La loro progettazione e messa in opera ha comportato per me un coinvolgimento professionale ed emotivo molto diverso dalla singola stampa o da una tiratura fine a se stessa. Il libro d’artista è altra cosa. Il progetto, la scelta accurata della carta, la lavorazione delle matrici, la presenza di un testo, solitamente una poesia, pensare ad una legatura e ad una custodia che contenga il libro fino ad arrivare ad un menabò e cominciarne foglio dopo foglio la costruzione. L’unione di tante figure professionali, quali l’artista, il poeta, lo stampatore, l’editore, il tipografo, il litografo, il legatore costituisce una ricchezza continua di sapere che ti porta a realizzare un manufatto che avrai sempre nel tuo bagaglio professionale e sentimentale.
Il solco del pennino, incisioni di Simonetta Ferrante e poesie di Meeten Nasr, 2003. Dopo che l’artista ha inciso le lastre, laborioso è stato il lavoro di tagliarle e modellarle per essere poi stampate a colori.
Otto poesie, incisioni di Joe Tilson e poesie di Roberto Sanesi, 2004. Di questo libro ho stampato le matrici e ho eseguito personalmente la legatura a “bindello”.
I cinque Isgrò di Emilio Isgrò, 2007. Questo libro merita una menzione a parte, perché il coinvolgimento professionale ed emotivo è stato, da parte mia, molto sentito. Partendo da una stretta collaborazione con l’artista mi sono occupata di tutte le fasi necessarie alla sua esecuzione; il taglio a mano della carta, la stampa dei rilievi, l’impaginazione del testo e delle immagini, ho dipinto a mano ogni pagina del libro, ho eseguito le prime prove di legatura, quindi ho proceduto con l’allestimento delle pagine, fino a comporre il libro e prepararlo per il legatore che ne ha continuato il lavoro di legatura e di custodia.
E’ stato un lavoro lungo e all’inizio complesso. La difficoltà principale è stata quella di trovare il giusto modo di realizzare i rilievi, che per la loro importanza dovevano necessariamente possedere un certo spessore, ed evitare che tagliassero la carta trovando il punto esatto di pressione del torchio, posizionandoli infine “ a registro” con il testo stampato in litografia. Emilio Isgrò, persona molto attenta e sicura del suo lavoro si è dimostrata sempre molto disponibile, affidandosi alla “supervisione” di Giorgio Upiglio e alla mia capacità lasciandomi la giusta libertà, fiducia e rispetto.


La tiratura più complicata da realizzare?
Non ci sono tirature complicate da realizzare, ma sicuramente per ogni matrice, anche quella apparentemente più semplice, può nascondersi l’insidia. Tenendo presente la completa manualità di questo lavoro e le diverse fasi che una stampa deve superare prima di uscire dal torchio, è naturale che possano sussistere delle complicanze. Dalla scelta della matrice alla sua lavorazione, dalla scelta della carta alla sua bagnatura, dalla preparazione dell’inchiostro alla pulitura della lastra, dal registro sul torchio al tipo di feltro, e ancora la pressione che il cilindro deve esercitare sulla lastra, fino ad arrivare all’umore dello stampatore, che se non è quello giusto può essere il vero ostacolo per la buona riuscita di una tiratura.
Le tirature molto lunghe sono obbiettivamente noiose, nel senso che superato un certo numero - per me il massimo è cinquanta – il lavoro diventa pressoché meccanico, quindi perde un po’ di emotività. Ma anche questo fa parte del gioco e, con notevole pazienza, bisogna ottenere risultati ottimali su tutta la tiratura.
Tutte le tecniche calcografiche hanno delle difficoltà intrinseche, perché se l’incisione non è eseguita nel modo giusto stampare può essere complesso.
Acquetinte ormai consumate non lasciano molto in stampa, puntesecche e acido diretto non consentono tirature prolungate, le maniere nere sono delicatissime al tatto, per cui spesso si inchiostrano con il rullo per non lasciare segni indesiderati, un carborundum con un rilievo troppo alto rischia di rompere la carta. Sicuramente l’esperienza ti permette di riuscire a risolvere molte di queste complessità, ma a volte la matrice è compromessa al punto tale che neanche lo stampatore più esperto può risolvere il problema.


Come è organizzato lo spazio in cui lavori?
Lo spazio in cui lavoro, che si trova in zona Corso Sempione a Milano, è un atelier che divido con cinque artisti dove si opera gomito a gomito. Questo non costituisce alcun tipo di impedimento alla riuscita del lavoro per ciascuno di noi, ne è anzi uno stimolo per lo scambio di linguaggi artistici.
Avendo a disposizione degli ambienti aperti, il momento dell’acidatura delle lastre non comporta disagio a nessuno di noi. Ho un torchio calcografico a manovella, un tavolo luminoso molto grande e altro spazio per lavorare senza problemi. Assisto gli artisti nella lavorazione delle lastre oltre ad eseguire stampe calcografiche con ogni tecnica. Inoltre, progetto e realizzo libri d’artista, cartelle e tirature per occasioni particolari. Dove si rende necessario, mi avvalgo della collaborazione di una legatrice e di un tipografo con cui sono in contatto da diversi anni.


Utilizzi anche prodotti a bassa tossicità, quali?
Ho sostituito il solvente (acquaragia, petrolio e le sue derivazioni) con del comune olio di semi da cucina per pulire dall’inchiostro le lastre e i piani da lavoro dopo aver stampato.
Ci sono però delle cere che per essere eliminate hanno bisogno di una sostanza più ”aggressiva”. A tal proposito in questo momento sto usando del terpene d’arancio, il meno tossico della categoria dei solventi, che però eliminerò a breve per un prodotto completamente non tossico che sto per acquisire.


Trovi che siano semplici da usare come sostituti di quelli cosiddetti tradizionali?
Trovo che sia semplicissimo! Usare un prodotto piuttosto che un altro, la gestualità non cambia, mentre salute e ambiente ne guadagnano sicuramente.
Credo sia un fatto culturale. Bisogna sfatare il mito “…non c’è più la trielina di una volta…”. E’ vero che i prodotti “ di una volta ” erano diversi.
Ad esempio, negli inchiostri la quantità di pigmento era maggiore a quella presente oggi, ma è altrettanto vero che l’uso continuo di certi prodotti nuoce alla salute e all’ambiente. Oggi che dovremmo essere più responsabili e aver capito la relazione tra causa-effetto, abbiamo la possibilità e la responsabilità di scegliere come comportarci cominciando da piccoli gesti quotidiani che inevitabilmente riguardano anche la sfera lavorativa.


Fai anche workshop o corsi personalizzati?
Ho già eseguito dei workshop di incisione in alcuni Istituti d’Arte a Pescara, ad Ascoli Piceno e in Licei Artistici di Milano. Ho inoltre seguito degli stagisti provenienti dai Licei menzionati e da corsi organizzati dall’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano.
Corsi personalizzati, in un certo senso li ho sempre fatti con gli artisti con cui ho lavorato e che soprattutto avevano voglia di imparare.
Un esempio su tutti. Yuko Tsukamoto è arrivata in Italia dal Giappone con una grande esperienza di stampa litografica, e con una grande voglia di imparare le tecniche di incisione. Nonostante le difficoltà iniziali di una lingua sconosciuta, da entrambe le parti, è nato subito un rapporto di lavoro intenso che si è trasformato in amicizia che continua ad esistere nel tempo. Abbiamo lavorato molto e le ho insegnato tutto ciò di cui ero a conoscenza: l’acquaforte, l’acquatinta, la cera molle, la maniera a zucchero, l’effetto craclet, la maniera nera, e tanto altro ancora, sia nella lavorazione delle lastre sia negli svariati modi di stampare e, oggi, Yuko è in grado di lavorare da sola le sue innumerevoli incisioni senza l’aiuto di nessun stampatore, e questa per me è una grande soddisfazione.
Per questo, tornando alla domanda di partenza, faccio corsi “base” per chi non sa proprio nulla dell’incisione e corsi di “specializzazione” rivolti a studenti, artisti e addetti ai lavori.


Progetti futuri in cantiere ne hai?
I progetti sono talmente tanti che devo tener presente le 24 ore di cui è composto un giorno…
Credo profondamente nell’incisione, quindi il mio progetto maggiore è quello di poter continuare a stampare con gli artisti e produrre bellezza, di cui tanto abbiamo bisogno…
Saltuariamente collaboro con alcune stamperie di Milano, inoltre sto progettando workshop specifici sull’incisione, spendibili in scuole e accademie private e pubbliche.
Nel frattempo sto per iniziare un’avventura di vendita di stampe originali e opere d’arte su internet. Perché la stampa possa continuare ad esistere e andare avanti ha bisogno anche di un lato prettamente commerciale.
E’ una sfida ambiziosa la mia. Unire un mestiere così antico come la stampa con uno più “futuristico” non mi spaventa affatto; anzi sono sicura che una maggiore conoscenza del computer e del web possano, in un certo senso, allargare le mie vedute e imparare magari nuovi linguaggi spendibili anche nell’incisione più tradizionale.



Monia Pavone oltre ad essere una esperta di stampa d’arte è laureata in Semiotica dell’arte con la tesi “Teoria dell’Illusione nell’opera pittorica di M.C. Escher” presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Bologna. Ha inoltre collaborato all’organizzazione della mostra ”Il segno inciso. Opere internazionali della stamperia Upiglio” presso lo Spazio Boccioni, nel 2008 e all’allestimento della mostra proposta in occasione della presentazione del libro “I Cinque Isgrò” presso il Padiglione di Arte Contemporanea PAC, Milano nel 2007, lo stesso anno ha collaborato all’allestimento della mostra “Incidere ad arte. Giorgio Upiglio e il suo Atelier 1958-2007” promossa dall’Archivio del Moderno di Mendrisio, e dall’Istituto Nazionale per la Grafica, Palazzo Fontana di Trevi, Roma.

Per informazioni sull’attività della stamperia etra.moni@libero.it

 
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