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10.10.2005 L'héliogravure e altri procedimenti di stampa Chiara Giorgetti
 

Arrigo Mamone si occupa da anni di antiche tecniche fotografiche, nel suo studio-laboratorio di Verona realizza stampe al carbone, kalitipie, héliogravures e altri procedimenti come la gomma bicromata e la cianografia.

Come ha iniziato la sua attività?
Frequento la fotografia dai miei vent'anni (quindi circa 35 anni fa) e sono un chimico di formazione con un'esperienza sia di industria grafica che di insegnamento. Dopo l'università ho cercato fonti per la riproposizione dei vecchi metodi fotografici ritenendo che le loro potenzialità espressive fossero state poco esplorate dato il grande numero di procedimenti in uso a cavallo del XIX-XX sec.
Trovando ben poco dal punto di vista umano sono quindi ricorso ai testi d'epoca, seppur duri da leggere e soprattutto da reinterpretare per quanto riguardava la reperibilità dei materiali, ritrovati nelle varie biblioteche europee e fotocopiati in quantità. Il mio obiettivo era la fotocal-cografia - di cui leggevo cose mirabolanti - ma ci sono arrivato passando attraverso "gomma" e "carbone" per quanto riguarda la parte prettamente fotografica ed attraverso due anni di scuola d'arte per la conoscenza di materiali, strumenti e tecniche propri dell'incisione. Anche le mie esperienze lavorative in industria sono state di aiuto. Oltre a ciò avevo uno stimolo espressivo che andava oltre la conoscenza tecnica.

La matrice della fotocalcografia al bitume (héliogravure au grain) è costituita da una lastra di rame preparata come per la tecnica di incisione all' acquatinta, può spiegarci come viene preparata la lastra e che caratteristiche grafiche restituisce in stampa?
Naturalmente mi rivolgo a chi conosce le modalità dell'incisione classica.
L'intero procedimento si sorregge su due gambe, una fotografica ed una calcografica (perciò si dicono processi foto-meccanici questi in cui solo la matrice è fotografica mentre la successiva stampa delle copie avviene meccanicamente).
Brevemente: la superficie di rame - lucidata e sgrassata perfettamente - viene immersa in acqua e ricoperta con una speciale carta sensibile gelatinata, sulla quale precedentemente è stata impressa per via fotografica l'immagine in positivo da riprodurre.
Pressata fortemente la carta (detta "da trasporto") sul rame fino a parziale asciugatura, si rituffa il tutto in acqua calda dove, al distacco della carta, avviene un decalco della gelatina sulla superficie metallica.
Anche se appare miracoloso che ciò possa realizzarsi puntualmente, con mille cautele e scongiuri è ciò cui si perviene: il trasporto - speculare - di un negativo dell'immagine, in rilievo di gelatina, sopra una lastra di metallo. Il principio di questo procedimento sta nella innovazione apportata dal processo " al carbone" in virtù del quale alle ombre corrisponde uno strato di gelatina molto sottile che si ispessisce proporzionalmente procedendo verso le luci.
Dopo asciugatura ed altri rituali apotropaici, la lastra viene posta in una cassetta per la granitura a spolvero di bitume (che tutti sanno cos'è) e quindi in forno per la fusione del bitume stesso.
NB: Il bitume può essere cucinato in forno o alla piastra, ma nella fotocalcografia è senz'altro consigliabile il primo metodo.
Le due operazioni (trasporto e granitura) possono essere invertite, naturalmente con differente ritualità ed imprecazioni. A questo punto la lastra è pronta per la morsura.

L'acidatura viene fatta con cloruro ferrico o 'percloruro', l'operazione, immaginiamo richieda un controllo accurato per ottenere la straordinaria gamma di grigi caratteristica dell'héliogravure. A questo proposito molti avranno pensato alle stampe "Lorna", ritratto di Lorna Simpson e "Self-Portrait 2005"di Chuck Close, ma soprattutto ai lavori di Paul Strand, Eduard J. Steichen e Alfred Stieglitz.
Effettivamente quelli citati sono coloro che hanno mostrato tutte le potenzialità del procedimento fornendogli dignità di autonomia espressiva.
Mi auguro che i lettori possano far correre la mente alle loro opere. Io ho apprezzato alcune di queste senza la protezione di un vetro solamente su appuntamento alla biblioteca del MOMA di New York. Il loro lavoro è la dimostrazione che la pura tecnica fotografica - allora tra l'altro molto limitata - forniva una solida base per creare immagini meravigliose, ma solo se animata da interventi pienamente consapevoli.
Il cloruro ferrico (conosciuto come percloruro) è un sale di acidità paragonabile a quella dell'acido cloridrico ma ha la proprietà di addensarsi con la concentrazione. Per questo - entro certi limiti - una soluzione concentrata, più densa, risulta meno aggressiva perché più pigra nell'azione, di una diluita.
Quindi per l'acidatura del nostro capolavoro partiremo da una soluzione molto concentrata con una lenta penetrazione nello strato di gelatina per mordere solamente le sottili ombre, passando via via a bagni a minor concentrazione con capacità di forare le densità intermedie e quelle delle luci fino a riprodurre l'intera scala tonale. Il controllo della morsura va fatto 'a vista' utilizzando al margine della lastra una scaletta a densità note così da regolare il processo attraverso corretti passaggi di bagno. Otterremo una superficie in cui le ombre risulteranno profondamente scavate e le luci appena intaccate, con capacità diverse quindi di trattenere l'inchiostro.
L'operazione di acidatura è delicata e richiede grande tempestività di esecuzione per il trasporto della lastra da un bagno all'altro con eventuale retromarcia; tutto è basato sull'esperienza dei risultati.
La gamma di toni ottenibili effettivamente ricchissima, non è valutabile se non attraverso una osservazione diretta, ma dipende almeno da tre fattori: l'ampiezza tonale dell'originale; la correttezza di esecuzione della morsura; la capacità dello stampatore della matrice con tutte le opportunità che offrono inchiostratura e pulitura manuale e l'uso di carte adatte per la stampa a torchio. C'è inoltre la possibilità - tutt'altro che trascurabile - di eseguire sopra la matrice ogni intervento manuale proprio dell'incisione (brunitura, punta secca, … compresa una rigranitura e riacidatura con coperture successive.
Da quanto esposto si comprende come i risultati 'straordinari' si ottengano sempre e solo da una corretta e dosata miscela di tecnica e manualità, oltre alla coscienza di ciò che si vuole esprimere.

Per héliogravure e photogravure si intende attualmente lo stesso procedimento?
Il primo è il nome storico di origine francese; il secondo ne è la traduzione moderna (anglosassone?). Il termine italiano (nonostante su queste questioni non ci sia completo accordo) è "fotocalcografia" che è una cosa diversa dal processo industriale chiamato 'fotoincisione', eseguito senza bitumatura ma attraverso un retino geometrico o sabbioso (stokastico) un tempo ottico, poi fotografico, oggi digitale, ad unico bagno di morsura e generalmente su zinco.
Anche gli inglesi distinguono tra photoengraving e photoetching.

Il processo alla gomma bicromata invece in che cosa consiste?
Il processo alla "gomma" (molto difficile da descrivere senza visualizzazione) consiste nella preparazione di un foglio pennellato con una 'pappa', costituita da gomma arabica in acqua, un sale di cromo e una terra colorata. Dopo asciugatura si espone alla luce ultravioletta sotto ad un negativo fotografico o comunque traslucido (quindi anche un acetato disegnato, graffiato, forato,… vedi cliché verre) per fissare l'immagine che risulterà costituita di gomma e colorante.
Il foglio subisce quindi uno 'spoglio' in acqua per l'eliminazione proporzionale e graduale delle parti che hanno ricevuto - attraverso le diverse densità del negativo - quantità di luce non sufficienti a fissarle completamente (mezzi toni e luci).
È inoltre possibile ri-pennellare il foglio dopo asciugatura, ripetendo le operazioni di esposizione e spoglio, per ottenere una "gomma multipla" con più colorazioni o sovrapposizione di più immagini. In questo caso il problema della 'messa a registro' diviene cruciale e costituisce una difficoltà supplementare.
Quello che un'esposizione sommaria non può trasmettere è la lentezza esecutiva ed il numero di accorgimenti necessari affinché la copia mantenga le caratteristiche desiderate.

Quando è preferibile usarlo? (in che tipo di lavori, per quali risultati..)
Questa è una buona domanda perché bisognerebbe sempre chiedersi quanto una tecnica pittorica o riproduttiva è adatta o meno a rappresentare ciò che si vuole esprimere.
La caratteristica precipua della "gomma" è quella della sua matericità data dall'uso delle terre e dal "galleggiamento" dell'immagine sulla superficie del supporto che dev'essere appositamente preparato in modo che non assorba il colorante (per dare una pallida idea si pensi - viceversa - come conosciamo l'immagine fotografica facente parte intrinseca del supporto cartaceo).
Inoltre il processo permette infinite possibilità di intervento manuale durante una qualsiasi delle fasi esecutive e poi successivamente sulla stampa finita perfino durante i vari gradi dell'asciugatura, sia in addizione che in sottrazione, utilizzando gli stessi pigmenti stemperati nella gomma arabica, di cui l'immagine è costituita.
Dal punto di vista puramente fotografico invece va tenuta presente l'incapacità del procedimento di riprodurre il dettaglio fine e la sua corta scala tonale che viene grandemente migliorata con l'uso della suddetta "gomma multipla".

Nella pagina del suo sito web dedicata al procedimento "al carbone" nel descrivere le caratteristiche della stampa lei dice che consente una riproducibilità dei mezzitoni eccezionale. Può darci qualche altra informazione?
Ancora una volta i motivi sono difficilmente descrivibili senza poter rendere visibili i risultati. Cercherò di darne spiegazione senza eccedere nelle descrizioni tecniche.
Il procedimento al carbone (cosiddetto perché si usava nerofumo, cioè carbonio puro, per generare il nero nelle stampe originarie) utilizza gli stessi ingredienti della fotocalcografia - anzi quest'ultima di quello - e questi ingredienti hanno in sé la capacità di generare una scala tonale più estesa di quella della fotografia all'argento.
Ma la cosa interessante è che questa capacità viene esplicata non solo attraverso una virtù di natura chimica, ma da una somma di questa più la costituzione fisica dell'immagine che si forma. L'infinitesimo rilievo di gelatina di cui parlavo nell'ambito della fotocalcografia - in questo caso maggiori spessori nelle ombre e minori nelle luci - conferisce all'immagine una profondità che la fotografia tradizionale non conosce. Non so se mi sono reso comprensibile, ma mi dichiaro disponibile a dilungarmi con chiunque sia particolarmente interessato al tema.
Qualche altra informazione può essere recuperata dal sito www.heliogravures.it o digitando "metodi fotografici obsoleti" o simile, in un motore di ricerca.

Lei realizza anche stampe cianografiche , lo stesso procedimento utilizzato da Robert Rauschenberg negli anni '50, i risultati sono davvero sorprendenti. Il sistema in cosa consiste?
Ci sono diversi sali che sono sensibili alla luce; il più famoso, il migliore sotto parecchi punti di vista, il più studiato ed usato, è come noto un sale d'argento (il nitrato, detto un tempo argento corneo o sale di luna) che costituisce il perno della fotografia storica tradizionale.
Tra gli altri metalli con analoghe proprietà pur in misura molto più modesta, figura anche il ferro con un paio dei suoi sali che rientrano in varie tecniche di stampa fotografica antica.
Una di queste è la cianografia; procedimento economico ed elementare per produrre immagini su una gran varietà di supporti. È sufficiente sciogliere un po' del sale in acqua (in realtà due diversi sali di ferro) e stendere la soluzione sopra un foglio di carta, esporre sotto un negativo alla luce solare, per ottenere un'immagine blu (di Prussia) che sbiadisce leggermente con l'immersione in acqua - necessaria per la dissoluzione del sale non esposto - ma intensifica fortemente con l'asciugatura.
Dal punto di vista creativo ha ottenuto parecchia attenzione; dal punto di vista fotografico risente di un fardello deprimente: sensibilità estremamente bassa, scala tonale limitata, durata temporale non garantita. Senza contare la elettrizzante colorazione che fece dire a fine '800 quando imperversava la fotografia pittoricista "…chi oserebbe presentare un paesaggio in blu?".


Per informazioni:
info@heliogravures.it