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30.01.2002 Dal bianco alla luce Franco Martelli
 

Ritengo che l'opera artistica di Emidio Aloisi, in particolare quella incisoria, sia esplicitata con sintetica semplicità e nel contempo con profonda completezza da alcune sue stesse affermazioni
"...il bianco è la carta - la luce lo spessore"...;
"...frammenti di realtà, di memoria in un progressivo cercare me stesso nei segni, nella scrittura che è l'incisione...;
"...un'immagine rarefatta di natura che si svela e si identifica attraverso una traccia, un segno, un rilievo...".
Bianco-luce: questi due termini sono sufficienti da un lato per immergersi nell'infinita ricchezza di una simbologia senza tempo, dall'altro per avvicinarsi alla comprensione di una poetica inquieta, tesa a ricercare il rapporto e il senso tra il sé e il mondo circostante, in un continuo tentativo di superamento di una realtà apparente ed ingannevole.
Sotto il profilo simbolico (numerosissimi sarebbero gli esempi da prendere in esame) il bianco non è soltanto l'opposizione al nero, ma insieme a quest'ultimo si pone alle due estremità della scala cromatica; ovvero nelle sue varianti di opacità e di brillantezza va a significare l'assenza o la presenza di tutti i colori.
Wassily Kandinsky affermava che "il bianco, che molti considerano spesso un non- colore, è come il simbolo di un mondo nel quale sono spariti i colori in quanto proprietà delle sostanze materiali .. Il bianco opera nella nostra anima come il silenzio assoluto. Il silenzio non è morto, trabocca invece di possibilità vive. E' un niente pieno di gioia giovanile o, per meglio dire, un niente antecedente la nascita, antecedente l'inizio".
Proseguendo tra i meandri della simbologia, limitatamente a quelli che in questo contesto mi appaiono più prossimi all'opera di Aloisi e cercando conferma delle tesi kandinskiane, viene naturale ricordare che il bianco diviene l'indicatore delle variazioni di condizione dell'essere: se in molti rituali erano vestiti di bianco coloro che erano candidati - candidus - a funzioni pubbliche, anche oggi nella nostra cultura sono vestiti di bianco i comunicandi, come è bianco l'abito di colei che va verso lo sposalizio, ovvero verso il già citato mutamento di condizione dello stato dell'essere. Se è vero che il bianco investe il concetto della purezza, è altrettanto vero che originariamente è un colore neutro, ovvero ricco di potenzialità che possono esprimersi, ma che ancora sono rimaste inespresse (nel mondo cristiano bara e fiori bianchi destinati alla sepoltura di un bambino sono espressione di uno stato ancora verginale).
Maggiormente indicativo è il fatto che il bianco sia stato assunto in termini iniziatici ed in modo privilegiato tanto dalle popolazioni dell'ovest quanto da quelle dell'est. Se ad ovest il bianco è quello opaco che progressivamente spegne i colori e ne caratterizza l'assenza procedendo verso l'oscurità della notte - privazione della coscienza -, ad est il bianco è quello della ri-nascita: l'alba imbianca lentamente il cielo, ricca del suo potenziale manifestarsi e manifestare la realtà, pur tuttavia l'alba non è ancora l'aurora. Non è il bianco "neutro" dei due momenti sopra descritti, ma è l'avvento della "luce" - affermazione dei colori - a consentire il riconoscimento del mondo "materiale" e a permetterne la riacquisizione cosciente. Prima è "l'antecedente la nascita" di Kandinsky, poi è la "ri-nascita".
Ricordiamo sempre che per Aloisi "il bianco è la carta - la luce lo spessore". Ovvero un bianco di per se stesso neutro, "stato di pre-nascita", dal quale, attraverso lo spessore o il segno affannosamente inseguiti (... "in un progressivo cercare me stesso nei segni..."), Emidio avverte, vuole e sente di poter far proprio quello stato di rinascita, ovvero di appagare lo struggente bisogno di riconoscimento di se stesso e del mondo, di quel mondo "rarefatto" che attraverso la luce gli offriva la possibilità dello "svelamento" della natura.
Non è questo il luogo per dibattere un problema che potrebbe essere di qualche interesse, ma non certo breve. Mi sia egualmente permessa una piccola digressione, un pensiero che si affaccia alla mente tra un lieve sorriso e un sentimento di nostalgia.
Si è detto che bianco e nero sono posti entrambi ai due poli della scala cromatica: immagino quante partecipate discussioni possano aver animato i dialoghi di Emidio Aloisi (da me conosciuto a casa di Paolo Fraternali) con il suo maestro -amico e grande artista Fabio Bertoni.
Ricordo personalmente che quando qualcuno chiedeva a Fabio perché nelle sue opere vi fosse presente così tanto "nero" egli, un po' trattenuto, ma quasi acceso nel tono, rispondeva: "Nero? Quale nero? Il mio nero non è nero".
Riflettendo un po' più attentamente e avendo conosciuto, per mia buona sorte, le idee, gli intendimenti, la poetica, la profonda intuizione di Fabio e lo stretto rapporto con quei suoi allievi che dopo poco tempo non erano più soltanto allievi, penso che tra quel "nero non nero" e quel "bianco non bianco se privato del segno che è luce" vi fosse animazione, ma forse con grande distanza, nel pieno, costante rispetto dell'emersione di individualità comunque autonome.
Urbino, giugno 2001

http://www.regresso.it/aloisi/index.htm

 
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