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25.05.2006 Giovanni Turria, lo specchio Redazione
 

Cosa ti ha spinto a fare l'artista?
Pensare a sé stessi come artisti è come guardare in uno specchio: ti ritrovi così, non sai perché sei diventato così. Forse perché fin da bambino preferisci le immagini ad altre forme di comunicazione, perché il disegno è un modo di esprimere idee e desideri e se ti è indispensabile esprimerti attraverso quello, allora beh, in un certo modo sei segnato, anche se farai altri mestieri ti rimarrà sempre un imprinting, una particolare dedizione al mondo delle figure. La differenza tra essere artista e fare l'artista è l'abisso che separa una innata tendenza anche inconsapevole, e intraprendere un cammino fatto spesso di sassi e sterpi, in cui ti imbatti in personaggi squali, arrivisti senza nulla da dire ma con molti amici ben piazzati, ma anche persone meravigliose, dico insegnanti o chi condivide la tua passione, che ti apre mondi importanti e vitali. Occorre intraprendere strade rigorose, frequentare le scuole giuste dove ci siano strumenti e personaggi in grado di trasmettere, poi se si è lavorato nel modo giusto, spesso in mezzo a molto sacrifici, arriva il tempo del lancio, quando si è soli di fronte al resto del mondo, quando non c'è più l'Accademia a fare da rete, quando improvvisamente i tuoi compagni diventano concorrenti, anche se devo dire che nell'incisione (forse perché è un campo dove girano meno soldi, mi piacerebbe pensare che invece è perché è un campo in cui si aggirano persone più profonde e meditative) questo pesa meno che in pittura anche perché è un campo selettivo. Qui, spesso, più che l'idea conta la tecnica. Si vede subito se uno è capace, è come nella musica, se stecchi si sente, non lo mascheri con meditazioni concettuali o arzigogoli della critica. Per me fare l'artista è stato un procedimento in cui mi sono trovato dentro. Frequentando scuole che mi hanno insegnato a disegnare e poi a usare i colori, pensavo che comunque sarei stato disegnatore, anche tecnico (all'epoca non c'era questo uso del computer nella grafica), poi invece la tenacia e tanti sacrifici, economici e di socialità e di tempo, hanno dato conferma che i miei lavori avevano valore per coloro che scelgono nei concorsi, per alcuni critici che hanno apprezzato il mio lavoro, e infine sono arrivati i riconoscimenti più prestigiosi, come il premio Giovani Biella e di recente il premio Acqui Terme.

Quali sono i referenti principali, artistici e non, del tuo lavoro?
Si guarda sempre ai maestri, da Rembrandt a Bartolini a Jacques Villon nel mio caso. Ma occorre guardare il contemporaneo, altrimenti l'incisione diventa un affare di cespugli e coniglietti. E poi mi piace molto ripetere un'affermazione dell'incisore torinese Francesco Franco che, al mio saluto in cui lo appellavo come maestro, disse "maestro è solo Verdi"! cioè, ironicamente, bisogna avere sedimentato la storia ma poi guardare avanti.

Perchè hai scelto la stampa d'arte come linguaggio? Mi ha trovato lei. All'Accademia fui condizionato dalla bellezza della matrice stampata. La difficoltà di scavare e tracciare la lastra, questo lavoro alchemico ma anche artigiano, fatto di attenzione e sottigliezze, sul bilico della scomparsa se si sbaglia il procedimento, speculare e quindi sempre a un passo dal fallimento o dalla scoperta inusitata mi dava l'impressione di un'altezza superiore ad altri linguaggi, qualcosa di molto più difficile ma più raffinato ed eletto.
Mi sono ritrovato a fare queste cose attratto anche dal bianco e nero. Le mie origini siciliane conservano nei ricordi lontani impressioni di forti luci e profonde ombre: il bianco e il nero come opposti contrari.

Cosa pensi della situazione contemporanea della grafica d'arte?
Indubbiamente la grafica patisce una scarsa visibilità nei magazine up-to-date, è un mondo fatto da pochi addetti ai lavori che spesso si ritrovano sempre tra di loro, come antichi paleocristiani che riconoscono gli stessi gesti e gli stessi linguaggi. Meno male che i collezionisti ogni tanto ci sono, e sono persone che ti vengono a cercare con stima e passione commovente, per il resto però è silenzio. Quanto poi alla grafica d'arte, di cui l'incisione è solo una parte, è una famiglia entro cui oramai rientra tutto, in nome della contemporaneità si vanno a cercare artisti che spesso praticano la grafica come appendice e si inseriscono alle mostre per fare botteghino, tollerando di tutto nelle pratiche non originali. Al contrario invece nel campo incisorio la maggior parte delle volte sono troppo settari, c'è un vittimismo che non mi piace. Occorre rispettare tutti, anche quelli che fanno gli alberelli, ma c'è molta amatorialità che viene accettata ai premi, e questo contribuisce a isolare le manifestazioni, c'è poco spirito di sperimentazione dal punto di vista delle immagini. Un altro punto riguarda le dimensioni delle opere, certo che l'incisione nasce in-folio, ma si può fare benissimo il grande formato; ad esempio le incisioni che sto facendo ora, di 2 metri per uno, hanno lo stesso spirito di un'incisione di 30 x 30 cm. Insomma, alla fine il metro di misura sta nel mezzo, in una sana mistura di sperimentazione ma anche di verità, di una certa fedeltà alla tecnica, di non spacciare per nuovo ciò che va bene commercialmente, ma porsi il problema del messaggio dell'opera. L'incisione è fatta di tecnica, anche. E di poesia.

Ti sembra che le nuove tecnologie stiano davvero mettendo in discussione l'arte e gli artisti?No, rendono più semplici alcune cose, permettono di sperimentare e poi cambiare velocemente idea, di andare a ruota libera, ma poi conta l'immaginario e l'idea. Non c'è differenza se a tracciare è la mano di Leonardo o il mouse di Basilè. Guardiamo al risultato. Il rischio è che un alto numero di ragazzini venga illuso che col computer si può fare tutto, ma è il famoso discorso dell'arte contemporanea del "quest'opera me la faccio da solo". Certo, è vero. Ma ha qualcosa da dire? O l'ha copiato da qualcun altro? Il computer e il digitale sono strumenti meravigliosi, strumenti, appunto. Poi il vissuto di ognuno e le idee fanno la differenza tra il mio vicino di casa e Damien Hirst. E poi si spera sempre che i critici e i promotori dell'arte guardino all'opera, e non al fatto che è nuova. Come afferma Baudrillard, oramai il nuovo non è avanguardia ma il modo con cui procede l'arte dal XX secolo. Ma infine, la ricerca del nuovo è sempre stata la molla che ha cambiato le epoche, ma dall'affresco al mosaico all'acquaforte al combine painting, a parlare è l'opera. E Giotto è Giotto perché è Giotto, non perché fa l'affresco o l'elaborato digitale.


Giovanni Turrìa, incisore e pittore, nato a Francavilla (Me) nel 1970, si diploma all'Accademia di Belle Arti di Venezia nel 1994, specializzandosi presso la Scuola Internazionale di Grafica d'Arte "II Bisonte" a Firenze.
Membro dell'Associazione Incisori Veneti e dell'Associazione Italiana Ex-Libris, è fondatore del centro l'Officina arte contemporanea (Vicenza).
Ha partecipato a rassegne nazionali e internazionali di grafica d'arte come le Biennali di Douro, Portogallo (2001, 2003, 2005); Xativa, Spagna (2005); Sarcelles, Francia (2003, 2005); Cluj-Napoca, Romania (2003, 2005); Lodz, Polonia (2002); Caixanova, Spagna (2000); Varna, Bulgaria (2000); le Triennali della Permanente di Milano (2003) e dell'A.A.B di Brescia (2001, 2003); i premi Biella (1996,1999), Acqui Tenne ( 1999,2001,2005), "Leonardo Sciascia" di Milano (2005), Santa Croce sull'Arno di Pisa (2003, 2005). Le sue opere sono presenti in collezioni pubbliche e private come la Collezione Bertarelli e il Museo della Permanente di Milano, il Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi (Firenze), il Museo Villa Croce di Genova, il Museo di Alijo (Portogallo), il Museo della Stampa di Soncino (Cremona).
È stato docente di Tecniche dell'Incisione nelle Accademie di Belle Arti di Foggia, Sassari, Roma, Reggio Calabria, Macerata, Venezia; attualmente insegna all'Accademia di Urbino.
Vive e lavora a Vicenza

 
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