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03.06.2008 Imperdonabili. A proposito dell'incisione e di alcune mostre alla galleria Atelier di Roma Luca Arnaudo
 

In uno dei suoi saggi più tesi e tersi, Cristina Campo parlava della perfezione che è "prima di tutto questa cosa perduta, saper durare, quiete, immobilità", e dello stile poi come "una virtù polare grazie alla quale il sentimento della vita sia nello stesso tempo rarefatto e intensificato". Imperdonabile, secondo l'ascetica esteta, quell'artista votato nel presente a simili intenti, incomprensibili ormai (quando non addirittura invisi) allo spirito dei tempi.
Se così è, coloro che si dedicano oggi all'incisione compongono un vero e proprio circolo d'imperdonabili, poiché risulta in tutta franchezza difficile rinvenire una disciplina artistica che più sfacciatamente viva di rigore, sentimento della materia nel suo ideale persistere, sprezzo d'ogni appariscenza e facilità. Pure, intendere la grafica come una torre d'avorio isolata nella piana dell'estetica contemporanea non sarebbe corretto: se non altro perché simili torri risultano di solito insonorizzate, e dunque oltre ai rumori negano anche l'intensità o le combinazioni di questi alle volte mirabili, mentre l'incisione rappresenta piuttosto un filtro attraverso il quale nuove istanze, spesso in altre arti condannate a scomposta vaghezza, si definiscono più pure nella combinazione di tecnica ed estro.
Ad alcuni componenti del circolo in discorso la galleria Atelier, nel cuore di Roma in via Panisperna, ha aperto le porte per presentarne i lavori più recenti. L'occasione è rara, per la qualità degli incisori coinvolti e pure per la presenza, alla prima personale in Italia, di alcuni esponenti della c.d. Scuola di Belgrado - qui nell'accezione corrente tra gli studi di settore, vedi quelli di Ljiljana Cinkul - uno degli epicentri della ricerca grafica lungo tutto il secondo scorso, nell'alveo per di più della tradizione calcografica propria dell'area corrispondente alla ex Jugoslavia e che nella Biennale di Lubiana ha la sua più storica istituzione.

Il primo appuntamento, dal 26 maggio al 6 giugno 2008, è l'occasione per l'incontro di due incisori anagraficamente ancora giovani, ma già assurti a significativi riconoscimenti internazionali, e le cui diverse sensibilità si combinano in una consonante tensione del segno e consapevolezza della superficie.

Nel caso di Vladimir Veljaševic, tensione e consapevolezza si esprimono in un'economia grafica assoluta, ridotta a una sorta di grado zero dell'immagine attraverso il ricorso a un fondo nero dalla sontuosa granitura ad acquatinta, solcata da rilievi di taglio geometrico dove s'intende la memoria materiale degli studi di scultura a cui l'artista si dedicò per lungo tempo prima di passare all'incisione. A Veljaševic, in vista della mostra, è stato inviato un breve questionario per meglio comprendere il suo lavoro, ed è pervenuta in risposta una sorta di trattato morale d'artista, di cui merita riportare alcuni passaggi almeno. Si chiarisce in questi che "la preparazione della stampa lascia molto più spazio per purificare le idee", e anche come per l'autore sia molto importante che l'opera "non possieda una particolare narrativa, politica o di qualsiasi altro genere. E' pura forma, un'esperienza estetica". Vale la pena segnalare che arrivare a dominare il nero e il suo gioco assorbente con la luce ha richiesto a Veljaševic sette anni di applicazione (del resto, a proposito di quanto si diceva in apertura, "la velocità non è mai stata una delle mie virtù"). Chiude il messaggio una definizione sorprendente del proprio fare: "minimo sforzo e massima appropriazione delle forze libere del tempo". Ecco, azzardiamo sia in questo non irrigidito rigore che vada ritrovata l'origine dell'intensità delle opere esposte, rette tutte da una disciplina della riduzione che, pur consci della lezione minimalista ormai storicizzata, meraviglia però ogni privilegiata volta in cui assurga a misura estetica autonomamente e con autorevolezza stabilita.
Dal canto suo, Andrea Carini si è votato a una cifra espressiva fatta di lirica e delicata considerazione della composizione grafica, pervenendo così lungo altra via a una corrispondente misura. La lastra, per Carini, è campo percorso da infinite tensioni, alcune delle quali egli seleziona con prassi certosina (i suoi lavori sono sempre virtuosistiche combinazioni di tecniche diverse, dal bulino all'acquaforte, quasi a confermare nel connubio d'incisione diretta e indiretta quel ricercato equilibrio tra leggerezza di luci e profondità d'ombre che ne contraddistingue lo stile). L'artista traccia sul caos una linea tesa, e mantenendo tale delineato orizzonte prosegue un'esplorazione appassionata degli spazi infiniti che trova chiusi dentro al foglio: non è certo un caso, del resto, la sua predilezione per titoli aerei e siderali da assegnare alle immagini, nomi degni di stelle o costellazioni ancora da scoprire. Viene in effetti da pensare all'intera opera di Carini come all'atlante di una personale astronomia, definita attraverso l'osservazione di cieli interni dalla numinosa intensità atmosferica. Torna anche in mente, davanti a molte di queste tavole, la descrizione che Bruno Schulz - per certo esperto incisore, oltre che sommo scrittore - riservò a una tempesta: "il cielo era spazzato in lungo e in largo dai venti. Argenteo e vastissimo, era tutto intagliato di linee di forza, tese fino al limite della rottura, di solchi crudeli, simili a vene irrigidite di stagno e piombo. Suddiviso in campi magnetici e fremente per le varie tensioni, era pieno di dinamica nascosta".

Nel secondo appuntamento, dal 10 al 20 giugno 2008, s'incontrano due incisori sicuramente diversi per temperamento e immaginario, ma uniti dalla comune maestria tecnica e dal gusto condiviso per la sperimentazione.

Gianluca Murasecchi rappresenta con affinata autorevolezza una linea di forza che, riteniamo, possa rinvenirsi lungo l'intera storia della grafica d'arte, dai chiaroscuri delle prime pratiche figurative d'età rinascimentale alle ossessioni ricorsive dei più vicini svolgimenti astratti. Ci riferiamo all'affermarsi sulla carta di una valenza germinale del segno, un proliferare del tratto mai gratuito ma retto dall'armonia dei rapporti interni all'immagine, in una maniera che viene da intendere per così dire autopoietica, tale è la sua maturata naturalezza. Dinanzi alle opere di Murasecchi, che pure vivono di stilemi e ripetizioni, non v'è rischio di intravedere mero decorativismo, poiché sempre emergono nette le regole generative di un'unica, ininterrotta costruzione immaginale, dove purezza compositiva e invenzione si combinano perfettamente con la ricerca tecnica che le realizza. Non è del resto un caso che il sommo Guido Strazza abbia di recente dedicato al nostro un'appassionata considerazione critica, rilevando la compartecipazione apollinea della sua arte allo svolgersi eterno delle cose, un "costituirsi dei segni in sistemi formali" dove "complessità e semplicità, ordine e sua contraddizione, all'infinito, in una inesauribile complicità combinatoria" si compiono "nell'idea di fondo di una realtà che coincide con l'idea di ricercarla". In questa delicata e insieme accorta capacità di sovrapporre alle trame del mondo quelle dell'arte, riteniamo, sta dunque la cifra più distintiva di Murasecchi, una vocazione al segno che colpisce per il suo rigoroso adempimento.
L'arte di Milica Antonijevic afferma chiara sotto il profilo tecnico l'appartenenza alla Scuola di Belgrado, entro cui l'artista si è formata e ora opera, portando a nuovi esiti espressivi le sperimentazioni condotte da questa intorno alla linoleografia, alla quale viene conferita una più marcata potenza di rilievo al fine di ottenere maggiori profondità cromatiche. Tutte le incisioni della Antonijevic celebrano in effetti i fasti del colore: lo fanno con una rigogliosa inventiva che forza - anche grazie alla nota plasticità della tecnica adottata - la costruzione del disegno a fondersi con le tinte, fino a definire forme autonome e inconfondibili. Emergono così immagini vibranti, tentatrici dell'immaginazione a trovare referenti nel gioco eterno della biologia, simili insieme a simulacri vaghi di arcaiche simbologie. Una prima spiegazione per l'effetto straniante che tali grafiche provocano, può forse trovarsi nelle modalità operative dell'artista, la quale costruisce le immagini a partire da collages eterogenei, poi raffinati nella trasposizione su carta all'interno del processo incisorio: una pura considerazione costruttiva, nondimeno, non riesce a risolvere completamente il fascino di tali composizioni, raccolte "su questa superficie piatta dalla composizione combattura" (così Radoš Rakuš) dove "colore e varianti strutturali" aprono "infinite possibilità per una soluzione, sempre a rischio di ripetizione" e sempre mirabilmente capace di scartare di lato verso nuovi felici svolgimenti.

Luca Arnaudo Roma, maggio 2008



Note al testo
Le citazioni iniziali sono riprese da Cristina Campo, Gli imperdonabili (Adelphi, Milano 1987, pp. 76 e 81). Per un primo riferimento alla c.d. Scuola di Belgrado, è disponibile in rete il saggio di Ljiljana Cinkul, Current Trends in Graphic Art. An Experiment in Multiplication with Integrated Graphic Plate.
L'immagine letteraria colta per Carini da Bruno Schulz è tratta da Le botteghe color cannella (Einaudi, Torino 2008, p. 92), il commento di Guido Strazza dal testo Il segnare di Murasecchi, nel catalogo della personale dell'artista tenutasi presso la Galleria Il Bulino di Roma nel maggio 2008. Infine, la nota di Radoš Rakuš su Milica Antonijevic sta nel catalogo della personale dell'artista tenutasi presso la Maison Française di Kraljevo nel novembre 2003.


Notizie sugli artisti
Vladimir Veljaševic nasce a Smederevska Palanka nel 1969 e vive a Belgrado, dove si è diplomato presso l'Accademia di Belle Arti. Da tempo presente nelle più importanti rassegne internazionali di grafica, espone dal 1995 e ha tenuto numerose personali in Serbia.

Andrea Carini nasce a Roma nel 1973 e vive a Milano. Diplomato presso l'Accademia di Belle Arti di Urbino e l'Istituto Centrale per il Restauro di Roma, è spesso ospite di importanti istituzioni della grafica quali il Centro Internazionale Frans Masereel di Kasterlee e il Kala Art Institute di Berkeley. La sua più recente personale si è tenuta nel maggio 2008 presso la Galleria LAC di Roma.

Gianluca Murasecchi è nasce a Spoleto nel 1965 e vive a Roma. Diplomato presso l'Accademia di Belle Arti di Roma e attuale docente di incisione presso quella di Urbino, partecipa regolarmente a rassegne nazionali e internazionali di grafica e pittura. La sua più recente personale si è tenuta nel maggio 2008 presso la Galleria Il Bulino di Roma.

Milica Antonijevic nasce a Kraljevo nel 1973 e vive a Belgrado, dove si è diplomata presso l'Accademia di Belle Arti. Presente in numerose rassegne di grafica internazionale, ha tenuto la sua più recente personale nell'aprile 2008 presso il Centro Culturale KCNS di Novi Sad.


Informazioni sulla rassegna
Imperdonabili. Rassegna internazionale di grafica d'arte
Associazione culturale Atelier
Roma, Via Panisperna, 236 (Rione Monti. Fermata Cavour Metro B)
a cura di Ljuba Jovicevic & Ana Laznibat
testo introduttivo di Luca Arnaudo
 
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